REDDITO DI CITTADINANZA, REDDITO MINIMO GARANTITO, REDDITO DI INCLUSIONE…Tante le proposte, queste alcune differenze messe in evidenza da Chiara Saraceno

Pubblicato il 11 agosto, 2016, 5:16
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Articolo tratto da sito esterno.

reddito_cittadinanza-310x166Reddito di cittadinanza, proposto dal Movimento 5 Stelle, reddito minimo garantito proposto da Sel, sostegno di inclusione attiva (Sia), proposto dalla commissione di esperti coordinata dalla vice-ministra Guerra su mandato del ministro Giovannini – che cosa accomuna queste ipotesi e che cosa invece le distingue? Parlo solo di queste perché le prime due sono state depositate in Parlamento sotto forma di proposta di legge e la terza, pur rimanendo ancora allo stato di progetto di una commissione, è stata fatta propria dal ministro del Lavoro. Ce ne sono tuttavia anche altre, tra cui il reddito di inclusione attiva (Reis) proposto dalle Acli e il reddito minimo di inserimento proposto da Irs e Capp, che in qualche misura possono essere fatte confluire, come impianto complessivo, nel modello Sia. Al di là delle etichette, si tratta sempre di proposte di sostegno al reddito per chi si trova in povertà. Né un reddito di cittadinanza garantito a tutti i cittadini a prescindere dal reddito disponibile, quindi, né un sostegno destinato solo a particolari categorie di poveri, come la vecchia e nuova carta acquisti (destinate ad anziani e famiglie con figli), o l’assegno e pensione sociale (destinati rispettivamente a disabili e anziani poveri). (1)

Tito Boeri e Paola Monti hanno già evidenziato le differenze, enormi, in termini di costo tra la proposta di M5S e il Sia. Le differenze sarebbero ancora maggiori nel caso della proposta di Sel, che prevede di assegnare l’intero importo e non la differenza tra reddito disponibile e soglia di povertà individuata, creando così disuguaglianze tra gli stessi beneficiari. Ho il sospetto che in parte la lievitazione dei costi non sia voluta intenzionalmente, ma sia l’esito di un pressappochismo nel valutare i complessi meccanismi che occorre mettere a punto per attuare una misura di integrazione del reddito che sia non solo economicamente sostenibile: scale di equivalenza per eguagliare il reddito di famiglie di diversa ampiezza, valutazione del patrimonio e non solo del reddito corrente e così via. Elementi, per altro, cui può venir incontro il nuovo Ise e che sono presenti e documentati nelle diverse stime e nei lavori di accompagnamento del Sia e nelle proposte di Acli e Irs/Capp. Così come va discusso l’importo di base. I 600 euro mensili per una persona sola che diventano velocemente oltre mille con il crescere della numerosità della famiglia proposti sia da Sel che da M5S sono un importo realistico in Italia, dove alcune pensioni minime, ma anche alcuni redditi da lavoro rischiano di essere più bassi? In Germania l’importo base del reddito minimo è di 350 euro, sia pure integrato per affitto e riscaldamento, in Francia è di 425 euro, in Inghilterra dai 300 ai 500 euro. E non si tratta di paesi con il costo della vita più basso del nostro.

I BISOGNI SOTTOVALUTATI

Queste “tecnicalità” sono un aspetto importantissimo della misura che si propone e non possono essere sottovalutate. Ritengo, tuttavia, che vadano affrontate e valutate anche altre differenze.

La prima riguarda l’immagine dei beneficiari – sia nella proposta M5S che in quella di Sel – come tutti adulti e potenzialmente lavoratori. La proposta di Sel (articolo 1 comma 2) parla di “disoccupati, inoccupati, lavoratori precari”. Quella di M5S definisce gli aventi diritto come cittadini italiani (o residenti legalmente in Italia da almeno due anni) “che abbiano compiuto 18 anni di età”. È vero che entrambe le proposte tengono conto di eventuali “famigliari a carico”, in particolare di minori. Ma questi sono visti appunto solo come “a carico”, non come soggetti che, essendo in condizione di povertà, abbisognano di specifici sostegni in termini, ad esempio, di accesso alla formazione, alla salute e così via. Per altro, nella proposta M5S sembra persino ignorato che anche molti giovani maggiorenni abbisognano di sostegni formativi prima di essere spinti nel mercato del lavoro. All’articolo 4, comma 2, infatti, si stabilisce che i giovani tra i 18 e 24 anni in condizione di povertà, per accedere al beneficio debbono possedere già una qualifica professionale riconosciuta o stare per acquisirla, senza che ci si ponga il problema di che cosa fare nei confronti dei Neet (Not in education, employment or training) privi di qualifica.

Vengono ignorati ache altri vincoli alla partecipazione al mercato del lavoro, il cui superamento non può essere lasciato solo alle risorse individuali: gravose responsabilità di cura verso figli piccoli o famigliari non autosufficienti, parziali disabilità, dipendenze e simili. La sottovalutazione dei vincoli alla partecipazione al mercato del lavoro è insieme causa ed effetto dell’affidamento della gestione delle misure di sostegno non monetario pressoché solo ai centri per l’impiego, laddove il Sia prevede che sia la rete dei servizi sociali, eventualmente in collaborazione con i centri per l’impiego, ma anche le scuole e le associazioni di terzo settore, a mettere a punto le azioni di sostegno necessarie nei diversi casi.

Una seconda differenza di impianto riguarda l’enfasi, nelle proposte di Sel e M5S rispetto al Sia, sulla titolarità individuale al beneficio da parte di tutti i maggiorenni in una famiglia. Una titolarità che si esprime anche nella esigenza che non solo ciascuno riceva individualmente la sua quota di beneficio, ma faccia richiesta separatamente. Boeri e Monti hanno giustamente osservato che questo produrrebbe un sovraccarico amministrativo insostenibile. Anche la soluzione di compromesso, di erogare individualmente a ciascuno la propria quota, sulla base di una domanda famigliare, per quanto attraente sul piano della responsabilizzazione individuale, trova, a mio parere, un ostacolo nella vanificazione delle economie di scala che ciò comporterebbe, con il rischio che non rimangano soldi per le spese comuni (affitto, bollette, cibo) che sono la parte più grossa dei bilanci famigliari.

Piuttosto che scontrarsi e lanciarsi pubblici anatemi, sarebbe opportuno confrontarsi su queste e altre questioni, al fine di costruire un sostegno condiviso a una misura di cui si sente l’urgenza a fronte dell’aumento della povertà e della deprivazione.

Chiara Saraceno  Già professore ordinario di sociologia della famiglia presso la facoltà di scienze politiche di Torino, professore di ricerca al Wissenschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino, attualmente è honorary fellow al Collegio Carlo Alberto di Torino. E’ stata presidente della Commissione di indagine sull’esclusione sociale dal 1999 al 2001. Dal 2000 al 2001 ha rappresentato l’Italia nel Social Protection Committee della UE. Si occupa di temi che riguardano la famiglia, i rapporti tra le generazioni, i rapporti e le disuguaglianze di genere, la povertà e sistemi di welfare.

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